Fashion exhibition

Savage Beauty

Un mese.

E’ rimasto ancora un mese esatto per lasciarsi cogliere da stupore, meraviglia, brividi, euforia e commozione.

No, non sto parlando di estasi mistiche di santi e beati, ma di ciò che provoca la visione di “Alexander McQueen: Savage Beauty”, la retrospettiva curata da Claire Wilcox che il Victoria & Albert Museum di Londra ha dedicato all’hooligan della moda fino al 2 agosto.

Savage Beauty London

Ideata inizialmente dal Costume Institute al Metropolitan Museum of Art di New York (2011), la mostra ‘Alexander McQueen: Savage Beauty’ è stata completamente ristudiata e allargata per gli spazi del Victoria & Albert Museum con l’aggiunta di ben 66 pezzi tra capi e accessori, e addirittura una nuova sezione che rende omaggio agli esordi londinesi.

Nelle 10 sale allestite in collaborazione con ‘Gainsbury and Whiting’ (la compagnia di produzione delle iconiche sfilate di McQueen), si snoda un intenso percorso artistico, creativo ed emotivo che delinea l’Opera Omnia di un tormentato ragazzo di periferia che dopo anni di formazione tra l’ufficio stile di Romeo Gigli, i grandi sarti tradizionali di Savile Row, ed il diploma alla Central Saint Martins, dà sfogo ai suoi istinti, manifestandosi quale inarrivabile e visionario genio incompreso.

Savage Beauty

Di recente ho avuto l’occasione di visitare la mostra e dire che è emozionante, è davvero riduttivo.

Sala dopo sala i brividi si susseguono in un crescendo di emozioni in cui però non si ha quello strano senso di tristezza e nostalgia che solitamente si vive quando si affronta un percorso espositivo monografico di un personaggio dalla storia tormentata, ma al contrario, si prova una gioia e un gratitudine infinita per poter vedere dal vivo opere che ormai fanno parte dell’immaginario estetico collettivo contemporaneo e che a più di 10 anni di distanza restano ancora innovative.

Dato il divieto assoluto di far foto ho cercato di reperire on line una documentazione visiva sufficiente per trasmettere al meglio le sensazioni che ho provato, sperando di instillare attraverso parole e immagini, la pazza idea di prenotare un volo last minute per Londra appositamente per vedere la mostra, proprio come ho fatto io.

London

Come suggerisce il titolo, la prima sezione è dedicata agli anni di esordio in cui McQueen sfilava ancora a Londra. Davanti ad un maxi schermo su cui sono proiettati una serie di filmati delle primissime sfilate, una schiera di manichini mostrano gli elementi più controversi delle collezioni a cavallo tra il 1995 ed il 1996, iniziando lo show della sua vita. E’ impossibile rimanere inermi davanti alla camicie bianche con gli inserti in pvc contenenti ciocche di capelli umani per la collezione The Hunger (S/S 1996); o ai capi strappati della collezione Highland Rape (A/W 1995) realizzati con un pizzo sintetico che sembra fatto di incrostazioni cristalline di zucchero e fango; o davanti alle stampe di volatili stilizzati dalla collezione The Birds (S/S 1995) in cui Hitchcock incontra Escher.

Credits: Dezeen | MET | Vogue UK

Savage Mind

Nella seconda sala spicca la caratteristica principale che ha sempre differenziato McQueen dalla maggior parte dei suoi colleghi designer, la profonda conoscenza della sartoria tradizionale. Un’arte che nel tempo gli ha permesso di stravolgere la silhouette di qualsiasi tipo di indumento storico trasformandolo in un qualcosa di mai visto prima. E’ il caso di un capo oltraggioso come i Bumster trousers, caratterizzati dalla vita bassissima per mostrare l’osso sacro; ma anche pezzi più sperimentali come gli S-bend trousers, la giacca mosaico con la stampa di un Cristo crocefisso di Robert Campin (1430) e le spalline arcuate della collezione Dante (FW 1996), o infine, il meraviglioso giaccone rosa con spine nere a contrasto, facente parte della collezione di diploma alla Central Saint Martins, Jack the ripper stalks his victims (1992) comprata in toto dalla fashion editor Isabella Blow per 5000£.

Credits: Vogue UK | Smudgetikka

Romantic Gothic

Sicuramente una delle sale più suggestive della mostra dove tra specchiere a tutta parete e vetrine illuminate a giorno, si manifesta uno scontro interiore tra l’anima dark gothic e quella angelica di McQueen. Da una parte gli abiti neri e cupi che traggono inspirazione dalla tradizione vittoriana, dall’altra gli abiti chiari e angelici, le cui silhouette sono illusionisticamente ridisegnate dalle stampe tratte dal Trittico Portinari di Hugo van der Goes (1477) o dalle piume dorate facenti parte dell’ultima collezione lasciata incompleta. Nonostante la musica di sottofondo sia in tema con il setting, la percezione che si ha entrando nella sala non è quella di una commemorazione, anzi non sembra neanche di vedere McQueen, perché l’unica cosa che emerge è la bellezza delle lavorazioni e la meticolosità artistica per realizzarle.

Credits: V&A press office | Smudgetikka | Vogue UK | Fashion Telegraph UK

Romantic Primitivism

La sala è allestita come l’interno di un tumulo sepolcrale tribale fatto di ossa e teschi, che in realtà non sembra poi così lontano dalla cripta-ossario della Chiesa di Santa Maria Immacolata a Roma, decorata con le ossa di circa 4000 frati cappuccini raccolti tra il 1528 ed il 1870. In questo ambiente suggestivo si manifesta il fascino che il mondo animale ha suscitato lungo tutta la carriera di McQueen: ossa, pelli animali, pellicce, corna di cervo, perle, crini di cavallo e teschi di coccodrillo diventano ornamenti rituali sacri della moda contemporanea, che come una fede religiosa, dona loro un nuovo significato ancestrale.

Credits: Dezeen | Vogue UK | Fashion Telegraph UK

Romantic Nationalism

In questa sala si ha un vero e proprio confronto tra Scozia e Inghilterra. Se da un lato infatti McQueen condanna il genocidio dell’insurrezione Giacobita del 1745 con la collezione The Widows of Culloden (F/W 2006), in cui il classico motivo tartan è completamente rinnovato grazie a giochi geometrici che si intrecciano tra tagli e perline effetto pizzo; dall’altro abbiamo il trionfo dell’Inghilterra con la favola immaginata per la collezione The Girl who lived in the Tree (F/W 2008), in cui la ragazza che vive nell’olmo nel giardino dello stesso McQueen incontra l’opulenza delle colonie inglesi in India.

Credits: Vogue UK | Harper’s Bazaar UK | Fashion Telegraph UK

Cabinet of Curiosities

Questa è sicuramente la stanza scenografica più sorprendente di tutta la mostra, dove in un intricato mosaico a schema libero si alternano più di 120 capi e accessori che rivivono la propria natura grazie ai video delle sfilate proiettati tra un oggetto e l’altro. Per gli adepti di McQueen è un labirinto emozionale, quasi commuovente per la sua perfezione, ma che allo stesso tempo cattura l’attenzione di tutte le persone estranee al mondo della moda (e forse anche ignare dell’esistenza di questo genio). E non potrebbe essere diversamente!

Il Giappone, la sport couture, le magiche ali di legno indossate dalla cantante Bjork, le loriche di cuoio modellate con i seni femminili, i copricapo di Philip Treacy, i gioielli di Shaun Leane , ali di angelo, ali di rapace, ali di farfalla, le Armadillo shoes e il vestito di scaglie dorate in stile Elisabettiano della Plato’s Atlantis (S/S 2010), il raso lucente, il pizzo ricamato, le corone di spine, e la maschera di Cristo crocefisso, sono tutte note di una sinfonia magistralmente diretta al centro della sala dall’abito di mussolina bianca indossato da Shalom Harlow durante la famosa performance di chiusura della sfilata No.13 (S/S 1999), in cui due robot meccanici le spruzzano addosso vernice nera e gialla in uno scontro senza fine.

A chiusura di questo concerto emozionale, la sala dedicata al fantasma di Pepper che ripropone l’iconico finale della sfilata The Widows of Culloden (A/W 2006), in cui lo spettro tridimensionale di Kate Moss si manifesta attraverso un ologramma.

Credits: Vogue UK | Harper’s Bazaar UK | Fashion Telegraph UK

Romantic Exoticism

Questa sezione attraverso un setting di specchi e manichini rotanti mostra lo spasmodico interesse di McQueen nei confronti delle culture orientali, in particular modo del Giappone.

I ricami derivati dalle stampe giapponesi e cinesi animano giacche e cappotti sospesi nel tempo tra tradizione ed innovazione, realizzati nei materiali più disparati che vanno dal pregiato broccato, alla tela grezza della iuta, fino al finissimo fresco lana rubato alla sartoria maschile. Sotto i soprabiti pulsa un cuore fatto di conchiglie in madreperla, che come crinoline settecentesche modellano tutta la silhouette. Il gioco di riflessi di luci ed ombre, accompagnato dalla musica rilassante e ipnotica di un carillon si interrompe una volta arrivati davanti al cubo di vetro della famosa installazione della sfilata Voss (S/S 2001) in cui l’artista sociale McQueen si oppone alla politica dell’apparenza andando contro i canoni della bellezza convenzionale mettendo al centro della scena una donna sovrappeso ( la scrittrice Michelle Olley) attaccata ad un respiratore completamente ricoperta di larve e farfalle.

Credits: V&A press office | Harper’s Bazaar UK | Vogue UK

Romantic Naturalism

L’incondizionato amore per la natura prende forma in questa sala allestita con teche simili a quelle di un antico museo. Tra i vibranti colori di rose, ortensie e peonie che costruiscono i volumi naturalistici della collezione Sarabande (S/S 2007), si arriva gradualmente alle sfumature del bianco grazie al vestito di conchiglie indossato da Erin O’ Connor per la sfilata Voss (S/S 2001) e che sembra confermare l’impressione di trovarci dentro un museo di storia della scienza come La Specola di Firenze!

Credits: V&A press office | Harper’s Bazaar UK | Vogue UK

Plato’s Atlantis

Eccoci arrivati all’ultima sala dove, come una schiera pronta a combattere una battaglia con il genere umano, si ergono 7 modelli della collezione testamento di Alexander McQueen ispirata al mito Platonico della città di Atlantide.

Sotto le onde del mare, la pelle si trasforma nelle squame di un armonico e variegato rettilario il cui disegno è stato realizzato digitalmente combinando più specie, alla stregua di un laboratorio per lo studio di animali transgenici, avviando così un immaginario processo metamorfico involutivo della specie umana. Sullo sfondo si alternano i video originali proiettati durante la sfilata, ma anche alcuni spezzoni dello show, in cui per l’ultima volta Alexander McQueen dà dimostrazione della sua visione avanguardista nella creazione di performance artistiche che per la prima volta venivano trasmesse anche in diretta streaming con il mondo intero.

Credits: V&A press office | Vogue UK | Harper’s Bazaar

Alexander McQueen: Savage Beauty non è solamente una mostra, ma un vero e proprio tributo che l’intero popolo Britannico (simbolicamente rappresentato dal V&A), dedica allo stilista suicida che con le sue sfilate-performance ha condiviso una visione dissacrante, anti-perbenista, cinica e realistica della società, innalzando la moda ad un livello superiore in cui il corpo umano (o meglio l’essere umano) torturato, straziato, umiliato e sollecitato, diviene medium per il lancio di un messaggio forte, di cui gli abiti sono la fonte primigenia.

Alessandro Masetti – The Fashion Commentator

Special Thanks to V&A Press Office Team

Image Credits: Victoria & Albert Press Office | Vogue UK | Harper’s Bazaar | Fashion Telegraph UK | Smudgetikka | Dezeen

4 thoughts on “Savage Beauty”

  1. Arriverò giusta giusta per vedere il grand finale!
    Anzi, visto che purtroppo non sono riuscita a prenotare il biglietto, mi dovrò mettere in coda al mattino presto per assicurarmi un biglietto!
    Sicuramente mi stamperò il tuo post e lo userò come guida della mostra!!

    XOXO

    Cami

    Paillettes&Champagne

    1. Cami,
      Sono sicuro che la bellezza dei vestiti e dell’allestimento ti guideranno mille volte meglio della mia guida, anzi, lasciati incantare dall’atmosfera magica che sono riusciti a creare con una mostra del genere!
      Ne vorrei tante così anche in Italia, ma invece, siamo ancora nella paleontologia!!!
      Spero un giorno di poter essere parte del cambiamento culturale nei confronti della moda.
      Un bacione
      Ale

  2. Grazie, grazie, grazie e ancora grazie per questo splendido articolo.
    Hai saputo scatenare in me un turbinìo di emozioni e brividi.
    Non mi vergogno a dire che quando appresi che Alexander McQueen si era tolto la vita ho pianto, ho pianto pensando a quanto dolore, disagio, talento e genio convissero in lui giungendo infine a straziarlo e a distruggerlo.
    Il tuo articolo rende giustizia alla sua figura e alla mostra: da ogni tua parola si percepisce passione.
    E attraverso questa tua passione, è come se fossi stata a Londra con te ed è per questo che ti dico ancora una volta grazie.

    Con stima,
    Manu

    1. Cara Manu,
      Grazie, grazie, grazie e ancora grazie a te per averlo letto con così tanto entusiasmo. Adesso sono certo che le mie parole sono arrivate a destinazione, dritto dritto nel cuore di coloro che hanno visto, vedevano e continuando a vedere in McQueen non solo uno stilista, ma un qualcosa in più che oggi purtroppo non si riesce a trovare, nemmeno tra i grandi. Quando è arrivata la notizia del suicidio io sono rimasto sconvolto, perciò ti assicuro che non sei l’unica ad avere avuto una reazione così forte. Ritengo che nella vita esistono dei riferimenti artistici personali e lui per me era uno di questi. Oltraggioso e menefreghista nella sua grande sensibilità e debolezza umana. Ti auguro di trovare un biglietto a/r a pochi soldi perché la visita vale davvero l’intero viaggio, e più sfoglio il catalogo, più penso che ho fatto proprio bene a concedermi questa pazzia, soprattutto in un’epoca in cui un volo costa meno di un viaggio in treno!
      Un grande abbraccio
      Alessandro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.