Fashion History

Europeana Fashion International Conference in Florence

Il 17 e 18 aprile a Firenze si è tenuta la Fashion Industry and the Glam Community International Conference, un appuntamento che ha richiamato nella prima capitale della moda italiana curatori e penne illustri del settore per il lancio ufficiale di Europeana Fashion, un immenso archivio digitale dedicato alla moda con 700.000 schede di capi di abbigliamento, oggetti, video, eventi, sfilate e mostre, provenienti da 19 istituzioni museali e archivi tra cui il Victoria&Albert Museum di Londra ed il ModeMuseum di Anversa.

La presentazione di questo grande tesoro digitale cofinanziato dalla Commissione Europea e coordinato dalla Fondazione Rinascimento Digitale, ha fatto da cornice ad una due giorni di confronto sulla cultura della moda ed i suoi mezzi di comunicazione.

Europeana Fashion International conference in Florence
Europeana Fashion International conference in Florence – April 17th-18th

 
La mattina del 17 aprile è stata dedicata a quella che potremmo definire la parte istituzionale in cui Alessandra Arezzi Boza, communication and content manager di Europeana Fashion, ha presentato ufficialmente il progetto. Successivamente sono intervenute Laudomia Pucci e Stefania Ricci rispettivamente proprietaria della Fondazione Emilio Pucci e direttrice del Museo Salvatore Ferragamo, due importanti realtà archivistiche fiorentine nate grazie all’infinità di materiale conservato dagli stilisti stessi: prototipi, brevetti, bozzetti, fatture, cataloghi, packaging speciali o come nel caso di Emilio Pucci una copia di ogni capo realizzato. Inoltre, la Fondazione Emilio Pucci è una delle 19 istituzioni che contribuisce ai contenuti di Europeana Fashion, mentre il Museo Salvatore Ferragamo è un partner associato del progetto e ne ha curato il blog su Tumblr.
 
Emilio Pucci
Emilio Pucci “Vivace” Collection – Pigiama Palazzo in organza silk;”Vivara” print, 1967
credits: Fondazione Archivio Emilio Pucci
 
 
Nel pomeriggio la discussione si è spostata sul ruolo degli archivi della moda nelle scuole di settore con l’intervento iniziale di Linda Loppa, attuale direttrice del Polimoda Fashion Institute di Firenze e storica ex-direttrice del Fashion department of the Royal Academy of Fine Arts di Anversa, nota per essere stata una delle prime estimatrici di Martin Margiela e per aver incentivato il lancio degli Antwerp Six. Nella sua lecture Momenting the Memento – Building Bridges ha invitato i presenti ad una riflessione sulla società contemporanea facendo l’esempio della città di Firenze, talmente globalizzata ed apatica, da aver perso l’istinto e la vitalità che l’ha resa grande nel passato. L’istinto è da intendersi come la capacità di creare nuove visioni innovative, che non si potranno mai avere se la città si ostina ad esser proiettata sui polverosi fasti del passato sottomettendosi alle logiche del consumismo. Momenting the Memento significa dare vita al passato (gli archivi di moda) distruggendo tutte le convinzioni e convenzioni, per ri-assemblarle e creare una nuova visione della realtà con errori e imperfezioni che possono diventare la regola del futuro. Un punto di vista illuminante che vi invito ad approfondire nei testi integrali di Danilo Venturi Momenting the Memento e Fashion, Education & the City.

Polimoda - Momenting the Memento by Danilo Venturi -  Europeana Fashion International Conference
Momenting the Memento by Danilo Venturi

 
Polimoda - Momenting the Memento - Europeana Fashion International Conference
 
 
In seguito, Maria Luisa Frisa, presidente dell’Associazione italiana degli studi di moda (Misa) e direttore del corso di laurea in Design della moda all’Università Iuav di Venezia, ha proposto una riflessione sul rapporto tra Talento e Disciplina parlando dei giovani che incontra e forma tutti i giorni, con riferimenti anche all’esperienza di critica e curatrice.
Nelle battute di apertura ha dichiarato come le sue attività siano influenzate dai principi del Critical Design, la nuova coscienza creativa nata nella Londra di fine anni 90, che mette in discussione tutte le certezze, immaginando una progettazione orientata verso possibilità alternative e modi di essere diversi da quelli propri della consuetudine. Come il design, anche la moda è (e deve essere) un sistema di elementi e fattori diversi che vanno sempre rimessi in discussione, ed è in questo sistema che si inserisce anche il talento del singolo, ma che per dare i suoi frutti deve essere inevitabilmente disciplinato.
 

DIANA VREELAND AFTER DIANA VREELAND  exhibition curated by Maria Luisa Frisa - photo: larosaitaly.com
DIANA VREELAND AFTER DIANA VREELAND
exhibition curated by Maria Luisa Frisa – photo: larosaitaly.com
 
 
Il secondo giorno è stato dedicato ai media di comunicazione della moda e tra i relatori vi era Diane Pernet, stilista, critica, giornalista, ma soprattutto una delle primissime fashion blogger che con il suo AShadedViewOnFashion dal 2005 rivela il dietro le quinte del mondo della moda (quello serio, dei professionisti!) condividendo momenti personali, esperienze, sfilate e progetti di designer poco noti al grande pubblico. Nel suo intervento però ha focalizzato l’attenzione su AShadedViewOnFashionFilm, il film festival nato nel 2008 dalla sua idea di unire in un’unica occasione annuale, tutti i cortometraggi che raccontano la moda, ma che non siano delle pubblicità.

Diane Pernet at Europeana Fashion International Conference
Diane Pernet at Europeana Fashion International Conference

 

A testimonianza della sempre maggiore importanza dei fashion film, è intervenuta Marie Schuller, head of fashion film di SHOWstudio, la famosa “factory” di Nick Knight, che attraverso i video non si limita a raccontare il prodotto di moda finito, ma documenta le sue fasi di realizzazione, le sue ispirazioni ed il processo creativo che ha portato alla creazione di quel determinato oggetto/capo/collezione.

SHOWstudio: House of Flora FW2013 – Marie Schuller and Marlon Rueberg video
 
 
Successivamente è intervenuto Gabriele Monti, docente di Concept design per il corso di laurea in Design della moda all’Università Iuav di Venezia, che riportando la sua esperienza professionale, ha spiegato come i blog di moda aperti degli studenti non si limitino ad essere dei contenitori digitali a costo zero per far conoscere le proprie collezioni, ma un vero e proprio mezzo di condivisione che molto spesso si traduce in rapporti di conoscenza tra stilisti e persone con interessi affini da ogni parte del mondo, permettendo di confrontarsi con realtà culturali e contesti completamente diversi ed essere parte di un sistema.

Gabriele Monti at Europeana Fashion International Conference
Gabriele Monti at Europeana Fashion International Conference

 

Un altro punto di vista molto interessante nel dibattito sui new media della moda, è stato quello di Anja Aronowsky Cronberg, editor in chief di Vestoj, the Journal of Sartorial Matters, una rivista di moda annuale totalmente priva di pubblicità che tratta la moda con un approccio slegato dalle logiche del consumo, analizzandola da un punto di vista culturale e sociale raccogliendo le voci indipendenti del campo e non. Un’impresa a mio parere coraggiosa soprattutto in un mondo (quello della comunicazione) in cui sembra che la libertà d’espressione sia condizionata dalla quantità di lettori piuttosto che dalla qualità dei contenuti.

 

Anja Aronowsky Cronberg at Europeana Fashion International Conference
Anja Aronowsky Cronberg at Europeana Fashion International Conference
 
 
Al termine di questa due giorni di discussione però mi è rimasto un dubbio che propongo a voi lettori. Con il lodevole progetto Europeana Fashion si aprono definitivamente le porte della cultura della moda, dando a tutti la possibilità di scoprire e conoscere dei tesori rimasti segreti finora, ma credo che tra “l’archivio realtà fisica chiusa al pubblico” e “l’archivio realtà digitale aperta a tutti”, manchi lo step fondamentale dell’ “archivio realtà fisica visitabile e aperto al pubblico”.
Scorrendo i nomi delle istituzioni partecipanti al progetto Europeana Fashion, purtroppo ho notato che non tutti gli archivi/musei/fondazioni coinvolti sono aperti al pubblico e ciò mi riporta alla mente le dure (ma forse vere?) parole di Antonio Paolucci, ex-direttore della galleria degli Uffizi di Firenze. In un’intervista televisiva in occasione dell’apertura straordinaria dei depositi degli Uffizi, alla domanda del giornalista sul perché non lasciare sempre fruibili questi ambienti e far conoscere a tutti le opere nascoste, rispose che “l’arte è una materia colta riservata solamente agli studiosi che possono veramente apprezzare tali opere, che non possono essere date in pasto all’ignaro turista come i capolavori-feticcio esposti in galleria”.
A quanto pare riuscire a vedere dal vivo il primo maglione di Missoni o una camicia della storica collezione Palio di Emilio Pucci, rimarrà per sempre un privilegio di pochi, proprio come per le Madonne fiorentine conservate nei depositi degli Uffizi.
E’ davvero giusto?
Ai posteri l’ardua sentenza… nel frattempo, godiamoci tali opere nell’archivio digitale di Europeana Fashion, ACCESSIBILE A TUTTI GRATUITAMENTE! 

Alessandro Masetti – The Fashion Commentator
 
Special thanks to Europeana Fashion team
Visit Europeana Fashion website

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Errata Corrige
Il progetto doveva partire il 2 maggio, ma la nuova data è fissata per l’estate 2013.
The project will be on line this summer and not from May 2nd as previously reported. 

18 thoughts on “Europeana Fashion International Conference in Florence”

  1. Questa di Europeana mi sembra un’iniziativa davvero molto interessante. L’idea di avere accesso – seppur solo digitale – a un materiale altrimenti difficilmente avvicinabile è fantastica.
    Io sono già in fibrillazione per il 2 maggio.
    Riguardo al tuo interrogativo finale, il punto di vista di Paolucci è anche comprensibile però io non lo condivido. Alla fine su cosa si basa la selezione degli eletti? Sui titoli? Sulla fama? E in questo modo come si può approfondire, migliorare e specializzarsi?
    Inoltre – è vero che la massificazione può anche svilire – però proprio scrivendo il post sul Festival di Hyères riflettevo sul fatto che le manifestazioni più interessanti alla fine sono quelle free tipo Hyères o il Salone del Mobile.
    Inizio a pensare che l’esclusività/esclusione a tutti i costi sia davvero passé e anche un po’ triste.
    Oltre tutto se guardi alcuni invitati alle sfilate l’esclusività non è poi così esclusiva e si basa spesso su criteri opinabili. Ma adesso sto divagando.

    Alessia
    ElectroMode

    1. Ciao Alessia!
      La selezione degli eletti è motivata dal tipo di studio che si sta preparando, di solito con una trafila burocratica assurda riescono ad ottenere i permessi sia studenti che preparano tesi o dottorati, sia teorici e professori alle prese con la stesura di libri su determinate opere non visibili al pubblico. Io capisco il punto di vista di Paolucci, e lo ritengo anche giusto, però allo stesso tempo nel XXI secolo mi sembra un concetto antiquato e classista. La digitalizzazione proposta da Europeana ed Europeana Fashion sono un buonissimo compromesso e anzi sono contento esistano progetti del genere, però dall’altra parte, mi sono sentito anche in dovere di denunciare una mancanza da parte di alcune realtà importanti che potrebbero benissimo allestire musei e fondazioni da aprire periodicamente al pubblico, anche perché il pubblico che visita un museo del costume o un archivio di moda, raramente è un ignaro curioso! Per le sfilate, non voglio nemmeno entrare in merito, quello si tratta di puro spettacolo ed esibizionismo. Ne potremo riparlare tra qualche anno quando finirà il fenomeno blogger e le maison faranno le dovute selezioni (come già hanno iniziato a fare).

    2. Concordo anche io con Alessia. In base a cosa è possibile fare una selezione? Sui titoli? Ci sono migliaia di appassionati che non hanno titoli ma che conoscono meglio di chiunque altro la materia. Perché tagliarli fuori? Se ti può consolare è così un po’ in tutti i campi “d’elite”. Non puoi immaginare quello che ho passato per poter visionare alcuni documenti storici inerenti ad alcuni manufatti che dovevo restaurare. Ci ho perso mesi e mesi.
      La cultura va diffusa, gente!

      Un bacione Ale, buon we!

  2. caro Alessandro ,

    molto interessante quanto detto dalla signora Linda Loppa sulla società contemporanea sull’apatia e globalizzazione, mi permetterei di aggiungere massificazione e omologazione , imposti dal consumismo. E come non essere d’accordo con le parole di Antonio Paolucci quando dichiara che l’Arte non deve essere data in pasto a ignari turisti; deve essere riservata a raffinati studiosi che la possano capire ed apprezzare.
    A me rimane il dubbio se questo evento era riservato ad addetti al lavori .

    ave

    1. Ciao Ave!
      Ti confermo il dubbio. L’ingresso alla conferenza era libero tramite una semplice registrazione on line o al desk informazioni presente in loco, ma i temi trattati e le personalità presenti lo rendevano decisamente un evento riservato agli addetti e che non tutti avrebbero potuto apprezzare… proprio come dice il nostro “caro Paolucci”. Però, almeno in questa occasione, l’ingresso era possibile a tutti fino ad esaurimento posti.

  3. Sicuramente è stata un’esperienza interessante! Sono di sicuro degli eventi molto importanti ed interessanti ai quali è utilissimo partecipare per “noi” addetti al settore!
    Non condivido il punto di vista di Paolucci, come fanno a scegliere gli eletti?? Con le solite raccomandazioni o per merito? Ma merito in base a cosa?? Insomma mi spiace che questi archivi rimangano sempre e comunque chiusi ai più, che molto spesso, sono anche i più interessati!

    XOXO

    Cami

    http://www.paillettesandchampagne.com

    1. ciao Cami!
      Gli “eletti” a cui si riferiva Paolucci sono persone che si spaccano la schiena sui libri, mentre per gli archivi di moda si tratta invece degli stilisti che lavorano in azienda. L’esclusività è motivata dallo studio e dal lavoro… quello che però ci chiediamo un po’ tutti è: come facciamo noi comuni mortali e cultori della materia a visionare tali “opere”? Al momento il database Europeana mi sembra un buon compromesso, ma è ovvio che non appaga in pieno il desiderio di conoscenza. Una foto non sarà mai come vedere un oggetto nella realtà!
      Aspetteremo!

  4. Una due giorni davvero interessante per gli adetti del settore moda e ancor più importante la presenza di un archivio digitale così completo. L’unica cosa su cui vedo non sono l’unica a dissentire, è la scelta di chi possqa accedere a questa raccolta, la solita elite che non riusciamo ad eliminare in Italia!

  5. caro Alessandro ,

    essendo un tema così particolare sono ripassata per leggere altri commenti lasciati dalle tue lettrici. Bene , prendo atto che sono in netta minoranza per ciò che riguarda l’apertura al pubblico di archivi o depositi riservati, e mi sento in dovere / piacere di chiarire la mia posizione : non sono certo favorevole alla preclusione al grande pubblico della possibilità di visionare opere particolari, ma direi che un rigido criterio è auspicabile per non far diventare oggetto di “passeggiata al museo” a sbracatissime famigliole in vacanze magari perchè l’ingresso è gratis, o perchè c’è una temperatura gradevole , o perchè rientrando a casa fa molto ” figo” esibire cultura.
    Chi ha un background culturale in questa area , o chi per mille motivi ha uno specifico interesse, sono certa che troverà il modo e il momento per soddisfare la sua curiosità.
    Non sono certa che la divulgazione si faccia
    in questo modo, ritengo che sarebbe auspicabile che la scuola e tutti i media convogliassero un po’ di energie anche economiche atte a valorizzare e farci conoscere ed amare tutte le meraviglie che abbiamo fuori e dentro i nostri musei.

    ave

    1. Ciao Ave, Grazie per aver specificato la tua posizione.
      Concordo sulla tua idea perché abitando a Firenze riscontro in prima persona tutte le situazioni che hai elencato e dalle quali a volte sono letteralmente disgustato perché molte persone non capiscono che l’arte e la cultura sono le basi del vivere civile.
      Quando porto gruppi di amici in visita nei musei o per le vie della città, mi accorgo che non tutti si entusiasmano davanti alle opere d’arte e ai monumenti anzi, alcuni si distraggono con esercizi commerciali o sciocchezze completamente inutili. La cosa triste è che, almeno per la mia esperienza, i più “distratti sono proprio gli italiani, che vivono in un perenne stato di “sindrome dell’opera famosa” e una volta vista nella sua collocazione, non vogliono approfondirne il significato, la storia, le simbologie. Preferiscono stare seduti nel bar più costoso della città, invece di “perdere” 5 minuti ad ascoltare le motivazioni che hanno portato l’artista a realizzare tale opera.

      Però mi sento anche di dire che non possiamo tenere chiusi i musei perché “la gente è ignorante”.
      Come dici te, c’è bisogno di una riforma culturale a monte, da parte delle istituzioni, che incentivino la valorizzazione dei beni attraverso programmi e proposte che però non coinvolgano solo le scuole.
      Se pensi che le chiese di Firenze sono quasi tutte a pagamento, mi spieghi come posso invogliare le persone alla cultura??? Alle persone non basta più l’elevazione dello spirito con la luce della cultura, i tempi sono diversi, c’è bisogno di altro e se tu mi sbatti la porta in faccia facendomi pagare un biglietto pure in un luogo sacro, capisci che vanifichi tutte le buone intenzioni ed è ovvio che il turista ignorante ed ignaro continua a preferire il drink sulla terrazza della Rinascente.

      Per quanto riguarda l’apertura degli archivi di moda aziendali al pubblico, purtroppo riconosco che ci sono molti impedimenti burocratici alcuni dei quali legati anche al copyright, inoltre gli archivi di moda vengono frequentati da studiosi, ma soprattutto devono essere perennemente disponibili agli stilisti che lavorano all’interno dell’azienda stessa e questo complica le cose… non poco! Per il pubblico interessato, ma che non ha a che fare direttamente con l’attività dell’azienda (tra cui noi blogger) le occasioni non sono poi così numerose come si possa pensare, soprattutto se tali aziende non hanno una sede/museo di riferimento, come potrebbe essere quella di Salvatore Ferragamo che invece ha dedicato tutti gli ambienti delle fondamenta e cantine del palazzo Spini Feroni, ad un grande museo con tanto di auditorium/cinema. Come al solito dipende dall’interesse che ha l’azienda nel trasmettere i propri valori. Le persone interessate ci sono e le crescenti visite al museo Ferragamo programmate con largo anticipo da interi gruppi di turisti orientali ne sono la dimostrazione. Sarebbe l’ora di investire anche su questo tipo di cultura e riconoscere alla moda la posizione che le spetta. Se poi questi musei devono diventare dei luoghi per il bivacco dei turisti stanchi, no grazie, ci bastano le disastrose condizioni dei musei nazionali. Ma dubito altamente che il visitatore di un museo della moda, sia un disinteressato e distratto come il turista che va agli Uffizi per farsi la foto (senza flash) davanti alla Nascita di Venere.

  6. Questo è quel genere di eventi a cui mi piacerebbe partecipare! Dovrebbero anche essere più frequenti!
    Bellissimo l’Emilio Pucci.
    In quanto all’interrogativo finale…la questione è molto particolare. Semplicemnte: l’arte è per tutti o no? Certo, la moda è un tipo di arte “fruibile”, fruibile attraverso i negozi, addirittura è arte che può essere indossata. Il pensiero di Paolucci ha, ovviamente, un qualcosa di elitario. E’ vero che l’arte non è capita da tutti, ma non si può neanche chiudere le porte. Chiudersi a riccio non serve a molto. E’ vero che non tutti comprendono e apprezzano l’arte, ma se una mostra non è aperta a tutti e sempre chiudi anche le porte a chi vuole nutrirsi di cultura ed imparare qualcosa. Poi che ci siano persone ignoranti è un’altra storia!

  7. Ciao Ale,

    Ho letto il tuo post un paio di giorni fa e mi ero promessa di venire a commentarlo dopo aver riflettuto sulla tua ultima domanda. Come tanti che hanno commentato prima di me posso capire il punto di vista di Paolucci ma anche come te considero che chi va a vedere musei su un certo tipo di arte lo fa perché è appassionato e spesso sa di cosa tratta.

    Mi permetto anche di dare il mio punto di vista da francese. Penso che in Italia ci sono tanti che la pensano come Paolucci perché alla fine siete circondati d’arte e storia. Quando io mi meraviglio di questa cosa, ci sono alcuni italiani al contrario che sono proprio blasé a riguardo e anzi se ne fregano. Visitando alcuni posti sono rimasta stupita di vedere che la gente si era permessa di scarabocchiare sulle pareti di monumenti vecchi da secoli. Altra cosa che mi ha lasciata sbalordita è di scoprire che tanti musei, castelli e collezioni non sono gestiti dallo Stato ma da privati. In Francia maggior parte dei monumenti sono gestiti dallo Stato, ma ci sono anche privati che hanno collezioni, musei o castelli e loro scelgono di aprire le loro porti al pubblico. So che lo fanno in primis per motivi economici, perché ci vogliono soldi per mantenere opere d’arte vecchie da secoli, ma anche perché considerano che tutto questo faccia parte del nostro patrimonio. Non importa di che ceto sociale venga uno, l’importante è che venga a conttato della sua cultura. Spesso quelli che non aprono mai un libro di storia o non sanno niente di arte prendono il tempo di visitare musei e monumenti durante le vacanze perché VOGLIONO SAPERE. E li’ mi dispiace ma non si tratta di consumerismo ma di gente che veramente vuole scoprire qualcosa che non conosce. Abbiamo ovviamente monumenti, musei e collezioni che non vengono esposte al grande pubblico PERO’ abbiamo a settembre quello che si chiama “le giornate del patrimonio” in cui si possono visitare posti mai aperti al pubblico a gratis o a prezzi più bassi. Questa iniziativa ha riscontrato un grande successo e continua ad attrare molta gente ogni anno perché per chi non ha mai avuto l’occasione per vari motivi, gli è data l’opportunità di istruirsi.

    Adesso cosa centra con Paolucci ? Beh direi che si tratti di arte, moda, musei o archivi bisogna essere democratico. Non è perché uno non è uno studioso di moda o di arte che non puo’ percepire alcune cose. Poi rifiutare di dare l’accesso alla gente ad alcune cose che fanno parte della loro storia è come, al mio parere, non voler dargli la possibilità di capire meglio la sua cultura. Ovviamente il consumerismo c’è e ci sarà sempre, ormai non ci possiamo più fare niente, ma offire per qualche giorno accesso a collezioni mai viste al grande pubblico non lo vedo come un male anzi.

    Spero di esser stata chiara ( mi dispiace per gli errori !)

    A presto,

    Shug

    http://www.thinkincognito-eng.blogspot.com

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